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Studio della figura di Santina

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Gerusalemme

Roccia del mio cuore è Dio

PETRA CORDIS MEI DEUS IN AETERNUM (Sepolcro di Santina a Gerusalemme)

 

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Una scintilla di luce sull’esperienza drammatica dell’esistenza

di CARLO MARIA CARD. MARTINI

Scorrendo le pagine del libretto che hai voluto preparare per invitare i tuoi amici alla preghiera per tua madre, da cui risalta la grande fede di lei e anche la grande fede tua, mi è venuta in mente quella pagina del libro del Siracide che parla dell’onore che ciascuno deve rendere ai suoi genitori.

È in qualche modo un commento al precetto del decalogo «Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti dà il Signore tuo Dio» (Esodo 20, 12), precetto di cui san Paolo dice che «è il primo comandamento associato a una promessa». Il Siracide ricorda che «il Signore vuole che il padre sia onorato dai figli, ha stabilito il diritto della madre sulla prole», per cui «chi riverisce la madre è come chi accumula tesori » (Siracide 3, 3-4). E tu hai davvero accumulato tesori di fede nel tuo libretto, ricordando le cose che tua madre ti ha detto e scritto in questi anni sul tuo essere prete. Il Siracide ricorda ancora che «chi obbedisce al Signore dà consolazione alla madre» (Siracide 3, 6), e tu hai avuto in questo tempo tante occasioni di sofferta obbedienza e adorazione del mistero di Dio che si manifesta anche nel tempo del dolore e della malattia. Ben Sira ci dice anche che dobbiamo curare i genitori particolarmente nella vecchiaia, perché il loro onore è onore dei figli. La pietà verso i genitori «non sarà dimenticata, ti sarà computata a sconto dei peccati. Nel giorno della tua tribolazione Dio si ricorderà di te; come fa il calore sulla brina, si scioglieranno i tuoi peccati». E ciò riguarda anche tutte le nostre inevitabili negligenze e fragilità, che al calore dell’amore di Dio si scioglieranno come neve al sole. Questa visione serena e positiva ti sia di conforto in questo momento di sofferenza fisica della tua mamma, sofferenza che è destinata a mettere in luce la grande fede che la anima e che essa ti ha trasmesso. Perché, come diceva sant’Ambrogio prima di morire «abbiamo un Signore buono » e non dobbiamo temere di affidarci a Lui.

 

 

Questo testo – in cui si racconta la sofferenza sopportata con sorprendente serenità cristiana da un’anziana madre, e nel quale si mette altresì in evidenza la professionalità e l’impegno di valenti medici durante lunghe e specialistiche cure – ripropone alla mia mente alcune riflessioni sul libro di Giobbe. L’esperienza di Giobbe viene presa in considerazione anche dal libro di Mons. Ginami nel paragrafo titolato Un tempo di profonda purificazione umana e spirituale attraverso un romanzo dello scrittore ebreo Joseph Roth.

“La sacra rappresentazione di Giobbe è troppo poderosa per ammetter lettori indifferenti. Chi non entra nell’azione con sue domande e risposte interiori, chi non prende posizione con passione, non comprenderà un dramma che per sua colpa rimarrà incompleto. Ma se entra e prende posizione si scoprirà sotto lo sguardo di Dio, messo alla prova dalla rappresentazione del dramma eterno ed universale dell’uomo Giobbe” (Cfr. Alonso Schökel, Giobbe, Bolra 1985, p. 108). Propongo a partire da questa citazione di un noto biblista alcune riflessioni sul tema della prova utili a comprendere anche l’esperienza di Santina Zucchinelli e la nostra personale vita quando attraversa la prova.

 

 

La scatola raccoglie la cartella clinica di Santina dall’8 Luglio 2005  al 10 Aprile 2006 pesa circa kg 12,6. Essa ci può dare un’idea della sofferenza che la donna abbia affrontato in quel periodo di 9 mesi


- La prova c’è e c’è per tutti, anche per i migliori. Giobbe non offriva nessun motivo per essere tentato perché era perfetto in tutto. E’ dunque necessario prendere coscienza che la prova o tentazione è un fatto fondamentale nella vita.

- Dio è misterioso. Egli sa benissimo se l’uomo vale o non vale, lo sa prima di provarlo, eppure lo prova. “Io ti ho fatto passare per quarant’anni nel deserto per metterti alla prova e per vedere se veramente mi amavi” (Cfr. Dt 8,2), dice il Signore agli Israeliti esprimendo lo stesso concetto. Questo comportamento di Dio è parte, mi sembra, di quel mistero impenetrabile per cui, pur conoscendo il Figlio, lo mette alla prova nell’Incarnazione. Perché anche l’Incarnazione e la vita di Gesù sono una prova.

- L’atteggiamento a cui tendere nella prova è la sottomissione, l’accogliere e non il domandare. Nel Prologo emerge come conclusivo e risolutivo ma verrà poi elaborato nelle sue tappe lungo il corso del poema. “Nudo uscii dal seno di mia madre e nudo vi ritornerò; il Signore ha dato, il Signore ha tolto; sia benedetto il nome del Signore. Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare il male?” (1,21;2,10). Questa misteriosa sottomissione, culmine dell’esistenza umana davanti a Dio, è presentata fin dall’inizio come l’atteggiamento a cui ispirarsi. Ciò non vuol dire che è già in noi, perché in Giobbe stesso sarà il frutto di tutto il suo travaglio. Tuttavia viene messa in luce perché, sola, è capace di gettare una scintilla di luce sull’esperienza drammatica dell’esistenza.

- Nella prova corriamo anche il rischio della riflessione. L’uomo, per grazia di Dio, può rapidamente assumere l’atteggiamento della sottomissione, ma subito dopo sopravviene il momento della riflessione che è la prova più terribile. Il Libro di Giobbe si sarebbe potuto concludere alla fine del secondo capitolo, dimostrando che Giobbe aveva resistito perché il suo amore per Dio era vero, autentico. In realtà, bisogna attendere e la situazione concreta di Giobbe non è quella di chi se la cava con un sospiro, con una accettazione data una volta per tutte; piuttosto è la situazione concreta di un uomo che, avendo espresso l’accettazione, deve incarnarla nel quotidiano. Tutto questo dà adito allo sviluppo drammatico del Libro.
Talora noi sperimentiamo qualcosa di simile: di fronte a una decisione difficile, a un evento grave, li accogliamo presi dall’entusiasmo e dal coraggio che ci viene dato nei momenti duri della vita. Dopo un poco di riflessione, però, si fa strada un tumulto di pensieri e sperimentiamo la difficoltà di accettare ciò a cui abbiamo detto di sì. Questa è la prova vera e propria.
Il primo sì detto da Giobbe è proprio di chi istintivamente reagisce al meglio; la fatica è di perdurare per una vita in questo sì sotto l’incalzare dei sentimenti e della battaglia mentale. La prima accettazione, dunque, che spesso è una grande grazia di Dio, non è ancora rivelativa completamente della gratuità della persona. Occorre sia passata per il vaglio lungo della quotidianità.
La prova di Giobbe, non è tanto l’essere privato di ogni bene e l’essere piagato, ma il dover resistere per giorni e giorni alle parole degli amici, alla cascata di ragionamenti che cercano di fargli perdere il senso di ciò che egli è veramente. Da questo punto la prova comincia a snodarsi dentro l’intelletto dell’uomo e la vera e diuturna tentazione nella quale noi entriamo e rischiamo di soccombere è quella di perderci nel terribile travaglio della mente, del cuore, della fantasia.

Aggiungo un’ultima annotazione che potete tenere presente meditando su Giobbe come libro dei più poveri dell’umanità. Tutti soffriamo a causa di errori anche nostri, e tuttavia c’è una gran parte degli uomini che soffre più di quanto non meriterebbe, che soffre più di quanto non abbia peccato: è la gente misera, sofferente, oppressa, che costituisce forse i tre quarti dell’umanità. Questa folla immensa fa nascere il problema: perché? Che senso ha? E possibile parlare di senso? L’affrontare un interrogativo così drammatico è proprio di un libro fuori degli schemi ordinari della vita, come è il Libro di Giobbe. E noi, che vogliamo essere fedeli a Gesù nelle sue prove e sappiamo che le sue prove sono quelle del popolo messianico, del popolo dei sofferenti, dei popoli della fame e della povertà, cerchiamo, attraverso le nostre riflessioni, di farci loro vicini e di accettare le nostre prove, spesso piccole pensando a quelle tanto grandi che affliggono molta parte dell’umanità.

inconclaveconmartini

Intervista per la morte del Cardinale 01-09-2012

Intervista su La Nazione 3-9-12

CARLO MARIA MARTINI

 

Ecco le ultime parole del Cardinal Carlo Maria Martini rivolte a me:

Caro d. Luigi, ti ringrazio di cuore per la tua lettera e per la fiducia che hai in me. Ti benedico Tuo CMM

Mercoledì 22 Agosto 2012

Festa di Maria Regina





RELAZIONE DEL CARD. ANGELO COMASTRI ALLA PRESENTAZIONE DEL LIBRO:

DIO ASCIUGHERA’ OGNI LACRIMA (ed MARNA 4-12-13)

Roma, 9 dicembre 2013

 

IL 18 LUGLIO 2013 E’ NATA L’ASSOCIAZIONE ONLUS AMICI DI SANTINA ZUCCHINELLI: ECCO L’ALBUM DEI SOCI FONDATORI

 

OGNI TERAPIA È SOLO PARZIALE, LA VERA GUARIGIONE È INCONTRARE DIO.

DOTTOR. GIUSEPPE FOJENI

Devo la conoscenza e la lettura del libro di don Luigi “Roccia del mio cuore è Dio” al dono natalizio di un amico: è stato un incontro coinvolgente e ricco di spunti di riflessione per un operatore come me, che da anni si occupa del mistero racchiuso nell’animo umano.Con semplicità, ma anche con molto coraggio, don Luigi condivide con noi un’esperienza di vita e di sofferenza che l’ha coinvolto in profondità, senza alcun pudore nel raccontarci le emozioni (sia di paura sia di gioia) provate nell’accompagnare sua madre Santina ad affrontare un difficile intervento chirurgico al cuore e la successiva lunga degenza in Terapia Intensiva.Mi sembra di aver colto nel “racconto” di don Luigi alcune dinamiche psicologiche che rendono questo testo ancora più prezioso:

·        la presenza di un linguaggio simbolico che sa muovere dinamismi dal profondo;

·        una correlazione tra fatti interiori ed esteriori che sfuggono ad una spiegazione causale,  fenomeno definito da Jung “sincronicità”;

·        una relazione madre – figlio costruttiva;

·        l’efficacia del “bene-dire” sull’uomo considerato nella sua essenzialità corporea,psichica e spirituale;

·        la presenza del triplice dinamismo  attraverso il quale l’essere umano si esprime;

A.       La presenza di un linguaggio simbolico che sa muovere dinamismi del profondo

Lavorando con bambini ed adulti in psicoterapia posso toccare con mano, quotidianamente, la ricchezza insita nel linguaggio simbolico che, mediato dalla facoltà mentale dell’immaginazione,permette di offrire un aiuto alle persone in difficoltà, perché possano ritrovare il proprio equilibrio. Il “linguaggio dimenticato”, come lo definisce E. Fromm, porta importanti messaggi al conscio e all’inconscio dell’uomo circa i problemi e i conflitti fondamentali della natura umana quali l’amore, l’odio,il bisogno di sicurezza, il senso della vita,della sofferenza e della morte. Dire che viviamo in un mondo di simboli è poco:un mondo di simboli vive in noi.Numerose sono le immagini simboliche che attraversano il  “racconto” di don Luigi: c’è innanzitutto l’immagine della “roccia” che ci è posta dinnanzi già nel titolo , ma che poi riappare lungo tutto lo svolgimento del “racconto” attraverso i luoghi sacri di Gerusalemme (tutti costruiti sulla roccia…),sulla pietra circolare del Tempio del Cielo a Pechino,durante l’elaborazione (simbolica!?!) della nascita del Salmo di Asaf dove l’Autore ricerca e costruisce, ciò che significa per lui l’espressione “roccia del mio cuore è Dio”.Questa immagine trova il suo culmine nel desiderio di don Luigi di diventare lui stesso “roccia e riferimento per altri nell’andare verso il Signore”.Un’altra immagine riempie lo scorrere della narrazione, quella del cuore. Mentre leggevo mi è sembrato di cogliere una sinfonia di pulsazioni cardiache: il cuore di mamma Santina chiama a pulsare con sè i cuori di tutti coloro che le stanno accanto, dai figli e nipoti  agli amici, dai medici e dal personale sanitario a quello di tutte le persone che hanno condiviso con lei questa esperienza.L’immagine più possente rimane quella del “cuore aperto” di mamma Santina offerto alla contemplazione del proprio figlio: leggendo sembra di essere presente e di cogliere la sacralità di una liturgia che non si svolge in chiesa bensì in una camera operatoria.Altre immagini, magari appena accennate ma a loro volta dense di significato sono quelle del calice forgiato con gli anelli nuziali dei genitori a significare fortemente l’azione di contenimento, di “mettere insieme” diversi frammenti di vita per armonizzarli e trasformarli in una nuova vita nuova foriera di armonia e unità. La stessa città di Gerusalemme assurge a significato simbolico: ce lo ricorda con maestria nell’introduzione Rula Jebreal quando parla della capacità insita nella città di trasmettere a tutti ,indipendentemente dalla propria cultura e religione, il mistero legato alla vita e alla morte. Ben lo sanno coloro che hanno avuto la fortuna di viverci o anche solo di calpestare le sue strade.Quale immagine meglio della traversata del Mar Rosso ci aiuta a comprendere più a fondo il vissuto emotivo dei protagonisti di questo racconto?Anche la copia del Nuovo Testamento in greco dove si trovano appunti e messaggi lasciati da mamma Santina e dagli amici diventa immagine simbolica di una condivisione di pensieri ed affetti tenuti assieme dal testo sacro.Grazie a queste immagini simboliche don Luigi ci coinvolge nella sua esperienza. “Un’immagine vale più di mille parole”, ha scritto G. Bachelard, grande studioso di questo linguaggio e ancora “ogni simbolo  stimola e permette l’evoluzione dell’uomo sul piano coscienziale” (Jung): ecco perché il linguaggio utilizzato in questo testo appare denso di significato e importante per la crescita del lettore.

B. Una correlazione tra fatti interiori ed esteriori che sfuggono ad una spiegazione causale,  fenomeno definito da Jung “sincronicità

Una delle intuizioni profonde di Jung riguarda il fenomeno detto della “sincronicità”:Egli arrivò a definire la sincronicità una “coincidenza significativa”, dove per coincidenza si intende una sequenza insolita di avvenimenti simultanei in qualche misura collegati tra di loro mentre per significativo si vuole intendere qualcosa che è importante per via di certi nostri valori – ha un significato perché ai nostri occhi è prezioso- o che qualcosa ha avuto un effetto significativo su di noi e che dunque significa qualcosa perché ha fortemente influenzato la nostra esistenza.Jung osserva che l’insolito confluire di eventi,da lui battezzato come “sincronicità”, quasi sempre possiede tre distinte caratteristiche, a cui ne è stata aggiunta una quarta dagli studiosi junghiani:

· in primo luogo essi sono collegati in modo acausale, e non grazie ad una catena di cause ed effetti in cui un individuo possa riconoscere il frutto di una decisione intenzionale;

· in secondo luogo il loro verificarsi è sempre accompagnato da una profonda esperienza emotiva, che solitamente si manifesta contemporaneamente all’evento;

· in terzo luogo il contenuto dell’esperienza sincronistica, ciò che l’evento è,ha un carattere invariabilmente simbolico (= sta al posto di qualcos’altro…), che è quasi sempre legato al quarto;

· in quarto luogo queste coincidenze si verificano in concomitanza con cambiamenti di vita importanti:molte volte un evento sincronistico segna una svolta nelle storie della nostra esistenza. Come non cogliere tali eventi disseminati  nel “racconto”:  la partecipazione all’operazione al cuore di mamma Santina fa ricordare a don Luigi  quella di un intervento operatorio al cranio a cui ha partecipato vent’anni prima, quando era giovane seminarista, a Roma. Nel raccontare l’esperienza vissuta in quella circostanza, è lo stesso don Luigi ad affermare “il Signore mi aveva già preparato vent’ anni fa” a vivere un’esperienza con una paziente di quell’ospedale, analoga a  quella  vissuta in questa circostanza con sua mamma.La lettera scritta alla mamma il giorno dell’ordinazione sacerdotale nella quale veniva quasi anticipato il mistero della sofferenza e  nella quale don Luigi chiedeva a sua madre di sostenerlo nella sofferenza, lei che si era mostrata sempre forte nell’affrontarla. Il viaggio a Gerusalemme, quello a Pechino e la serata trascorsa a Pietroburgo con la mamma si intrecciano con il bigliettino ritrovato a casa, incollato oggi sulla prima pagina della Bibbia di don Luigi. Mi sembra che anche l’intrecciarsi di storie di vita tra Roma e Gerusalemme indichino qualcosa di sincronico : la presenza del card. Martini, l’amicizia con Rula Jebreal, giornalista musulmana, il rimando, anche nelle lettere ad avvenimenti  e date che si rincorrono nel tempo  trasmettono una visione degli eventi come partecipanti a un tutto strutturato, a una forma di armonia esperienziale tra i fatti e la nostra comprensione degli stessi, che Jung chiama Se’, e che per il credente è la mano della Provvidenza.

C. Una relazione madre – figlio costruttiva

Ogni storia individuale nasce da una madre, e alle spalle di molte personalità disturbate ci può essere una madre assente o inadeguata. Mamma Santina mostra sempre un atteggiamento  maieutico e generativo: oltre a partorire nella “carne” suo figlio, continua a partorirlo psicologicamente e spiritualmente.E’ una madre che “lascia andare” il proprio figlio mantenendo quella naturale distanza che permette a quest’ultimo di realizzare la propria vocazione e, nello stesso tempo, assicura la sua presenza discreta e “stimolante” sin dagli anni di seminario : è commovente la sua attenzione nel suggerire al figlio lontano di  mettersi un giornale sotto la camicia per ripararsi lo stomaco, e con quale franchezza e determinazione richiama il figlio al  rispetto delle disposizioni dei superiori circa l’abito ecclesiastico!Mamma Santina, nella sua semplicità e dignità di vedova che ha scelto di stare accanto ai propri figli per accompagnarli nel cammino della vita, riesce a far circolare attorno a sé serenità e armonia. Il suo sorriso si espande lungo tutte le pagine del “racconto” e rimane costante nonostante le difficoltà incontrate, generando nelle persone che lo incontrano, anche soltanto leggendo il libro, calore ed emozioni positive.E’ l’immagine di una madre che sa mettersi da parte di fronte al progetto di vita di suo figlio,che lascia trasparire la sua piena fiducia in Dio, al quale si abbandona con la certezza che la sua speranza non andrà delusa.

D. L’efficacia del “bene-dire” sull’uomo considerato nella sua essenzialità corporea,psichica e spirituale

Tutto il testo potrebbe essere definito un “Benedizionale” in quanto denso di parole di benedizione.Il “bene-dire” è considerato dalla psicologia un atteggiamento indispensabile e fondamentale per la formazione di una personalità sana. F. Dolto,  medico e psicanalista  francese, insiste in tutti i suoi scritti nell’invitare gli operatori socio-sanitari, gli educatori e i genitori ad utilizzare parole di vita e di gioia con tutti i bambini sin dai primi attimi di vita . Infatti dalla sua esperienza di pediatra e psicologa dell’infanzia, essa ha potuto prendere atto che quanto viene detto ai bambini,soprattutto se negativo, li segna profondamente. Per questo afferma con convinzione che “una benedizione,  per ogni essere umano è la garanzia di una certa sicurezza nella difficoltà,un punto di appoggio per la speranza quando si devono affrontare certe prove. La benedizione interessa profondamente il simbolismo dell’essere umano: per questo non è mai annullabile”.Pur nella sofferenza, don Luigi continuamente ringrazia (= benedice) chi gli sta accanto:medici, operatori sanitari, amici,parenti… riconoscendo le loro competenze e le loro attenzioni.Negli scritti di mamma Santina le parole di benedizione si sprecano e ben due volte lei stessa appare in atteggiamento benedicente verso suo figlio:  “dal profondo del mio cuore ti benedico”. Il suo sorriso, definito “ostinato”, “folgorante”, “dolce”, è sempre presente e giunge a fondersi con il sorriso di Dio, il sorriso che don Luigi/Asaf, scopre entrando nel suo Tempio: ”è un Dio che mi sorride il mio Dio. E’ un Dio Buono!”Il “bene-dire” che circola non è teorico perché viene percepito anche da chi condivide questa esperienza; ciò viene segnalato dal Prof.P.Ferrazzi nella Postfazione, quando egli esprime la convinzione che  il tema ricorrente di questo libro è la serenità.

E. La presenza del triplice dinamismo  attraverso il quale l’essere umano si esprime

Nel testo mi sembra di poter cogliere altresì quel dinamismo psichico attraverso il quale ogni individuo può progredire nella realizzazione del proprio Se’.Il card. Martini lo ricorda a don Luigi nella sua lettera del 3 settembre 2005, quando scrive “l’importante è vivere ogni  momento con fede e speranza e amore”. Fede, speranza e amore sono appunto una delle immagini con le quali si può cogliere questo dinamismo umano che lo stesso card. Martini ha fatto suo da tanto tempo e che in una delle sue prime lettere pastorali alla Diocesi Ambrosiana aveva definito anche come esperienza del vedere,del giudicare e dell’agire. “E’ il vedere,giudicare, agire che ci hanno insegnato i Padri Conciliari” (Card. Martini, Il lembo del mantello).Il dinamismo del vedere ( = percorso sapienziale) si respira nella saggezza di questa madre che sa cogliere l’essenzialità della vita e trasmetterla ai propri figli, ma anche nelle riflessioni di don Luigi che prende spunto da tutti gli avvenimenti per interrogarsi sul “perché” di quello che sta accadendo.Il dinamismo del giudicare (= percorso profetico) lo si percepisce anche nella sofferenza con cui don Luigi accoglie il distacco di coloro che riteneva amici e che l’hanno abbandonato in questo momento per lui così doloroso.E’ presente anche in tutti i fatti accaduti prima dell’esperienza di sofferenza e che in un certo senso permettono oggi di esprimere un giudizio su quanto sta accadendo.Il dinamismo dell’ agire (= percorso celebrativo)  fa di tutto il racconto qualcosa di armonioso e costruttivo che coinvolge il lettore in una liturgia di vita, nonostante la sofferenza e il dolore rappresentati.Per tutto questo ritengo che il libro, pur nella sua semplicità del racconto trasmetta la sensazione di “tener insieme” tanti frammenti di vita  ricomponendoli in un crescendo dinamico che è evolutivo e produce armonia e serenità.Accade qualcosa  di simile quando, in psicoterapia, si ridà storia alla propria vita. Ciò mi porta ad affermare che questo libro è anche terapeutico per chi lo legge.Prima di concludere  vorrei accennare a un altro passo significativo presente nel testo e ricordato per due volte : la teca di metallo che don Luigi porta al collo , nella quale c’è “un pezzo di stoffa impregnato del suo sangue (=della mamma) sparso nel momento della malattia che ha colpito il suo cuore e il mio cuore”.Lo psicologo W.Winnicott ha introdotto nel linguaggio psicologico il concetto di “oggetto transizionale”, per indicare qualsiasi oggetto materiale, dal fazzoletto al pupazzo…) che ogni bambino vuole tenere accanto a sé, prima di addormentarsi o quando deve andare in un ambiente sconosciuto, come qualcosa di rassicurante che gli ricorda la presenza della madre. Tale fenomeno rientra nel normale sviluppo evolutivo di un individuo.L’oggetto transizionale può riapparire anche in particolari momenti dell’età adulta e comunque “costituisce la parte più importante dell’esperienza del bambino e il suo protrarsi nell’età adulta è alla base della successiva vita immaginativa” ( F. Dolto).Anche nelle sedute di psicoterapia,non di rado,le persone portano dai loro viaggi interiori degli oggetti immaginari “a ricordo” dell’esperienza vissuta. Questi oggetti rappresentano delle immagini-energia che, anche al di fuori delle sedute di psicoterapia,infondono forza e coraggio nell’affrontare la quotidianità.La ricerca di un oggetto rassicurante, sia pure a livello immaginativo, è dunque di aiuto all’uomo lungo il cammino della sua crescita psicologicaDon Luigi crea  da solo e spontaneamente questa teca, che –da vero e proprio oggetto transizionale – lo sostiene in questo momento particolarmente intenso della sua vita, infondendogli coraggio e aiutandolo a trasformare sempre più questa esperienza di sofferenza umana in occasione di crescita psicologica e spirituale.Da ultimo mi sembra di poter affermare che don Luigi diventa, attraverso il suo narrare fatti, emozioni e riflessioni, educatore di grandi e piccoli: la sua esperienza diventa “memoriale” per chi legge  e crea le condizioni per far sentire meglio il lettore con la propria storia grazie  ai  dinamismi ristrutturanti e rigeneranti presenti nel racconto stesso.Da buon educatore, don Luigi sembra riprendere la convinzione espressa da Don Gnocchi nel libro “La pedagogia del dolore innocente” laddove scrive: “la pedagogia cristiana tende anzitutto ad insegnare che il dolore non si deve tenerlo per sé,ma bisogna farne dono agli altri e che il dolore ha un grande potere sul cuore di Dio, di cui bisogna avvalersi a vantaggio di molti”.Sembra che don Luigi abbia veramente voluto farci questo dono, di avvicinarci cioè al cuore di Dio con la consapevolezza che “ogni terapia è solo parziale, la vera guarigione è incontrare Dio” (A. Jodorowsky).

Dottor Giuseppe Fojeni